La scala dell’incoscienza

Questa è Giulia. stringe la cinghia del casco, il respiro leggermente accelerato. È il suo primo mese nello stabilimento.

Vuole dimostrare di essere all’altezza.

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Ogni mattina attraversa il grande capannone industriale, tra il ruggito dei macchinari, il fischio del vapore, l’odore acre del metallo surriscaldato. Ha osservato gli operai più esperti, imparato i movimenti, studiato le procedure.

Ma oggi è diverso.

C’è un lavoro urgente.

Un macchinario si è bloccato e serve un intervento immediato.

La scala fissa è occupata.

Un tecnico più anziano le dice: “Aspetta. Cinque minuti e si libera.”

Giulia guarda l’orologio. Non vuole aspettare.

Non vuole essere quella che si tira indietro.

Davanti a sé, appoggiata al muro, c’è una scala portatile.

La scelta è fatta.

Giulia prende la scala, la posiziona vicino al macchinario.

Non stabilizza la base.

Non controlla l’inclinazione.

Il tempo sembra il suo nemico. Ogni secondo conta.

Si arrampica. Un gradino. Poi un altro.

A metà altezza, qualcosa la sfiora.

Un dubbio.

Un’inclinazione leggera, quasi impercettibile.

Ma si dice che è tutto sotto controllo.

Stringe la chiave inglese. Deve solo allentare un bullone e stringerne un altro.

Pochi minuti e avrà finito.

Poi, tutto cambia.

L’Equilibrio si Spezza

Un rumore sordo.

Un movimento improvviso.

La scala si inclina.

Giulia sente un vuoto nello stomaco.

Si aggrappa a una tubatura. Ma non basta.

Scivola.

Perde l’equilibrio.

Cade.

L’impatto è violento.

Il pavimento industriale è duro, immobile.

Un dolore acuto esplode nel polso.

Frattura.

Per un momento, il tempo si congela. Il suono dei macchinari si ovatta, il mondo sembra lontano.

Poi le voci. Gente che corre. Qualcuno la aiuta a rialzarsi.

Il dolore pulsa nel braccio, ma un pensiero la colpisce più forte della caduta.

Poteva andare peggio.

Molto peggio.

Giulia è seduta nell’infermeria dello stabilimento.

Il medico le fascia il polso, mentre il responsabile della sicurezza compila un modulo.

“Che è successo?” le chiede.

Giulia abbassa lo sguardo. Sa bene cos’è successo.

Non ha controllato.
Non ha fissato la scala.
Non ha pensato.

Si sente stupida. Si sente vulnerabile.

Il responsabile prende un altro foglio. Un’indagine interna è stata aperta.

I risultati sono inquietanti.

Più del 30% dei lavoratori utilizza le scale portatili senza verificarne la stabilità.

Uno su tre.

Giulia si chiede: quanti altri sono caduti? Quanti cadranno ancora?

Le settimane passano. Il polso guarisce.

Ma qualcosa è cambiato.

Giulia cammina nel capannone con uno sguardo diverso. Nota dettagli che prima ignorava.

Un operaio sale su una scala senza controllare la base.

Un altro si allunga troppo, in bilico.

Un altro ancora sale senza un appoggio sicuro.

E lei, finalmente, capisce.

Non è stata solo sfortuna.

È stata negligenza.

Un giorno, vede un ragazzo nuovo nel reparto manutenzione.

Sta per salire su una scala.

Non la fissa.

Giulia si avvicina. “Aspetta.”

Lui la guarda, sorpreso.

“Devi bloccare la base. Controlla l’inclinazione. Se non è stabile, non salire.”

Il ragazzo sospira. “Ma devo solo…—”

Giulia non gli lascia finire la frase.

“Anche io dovevo solo.”

Si tocca il polso, quasi per istinto.

“Non ripetere il mio errore.”

Il ragazzo la osserva per un attimo. Poi annuisce.

Blocca la scala.

Sale in sicurezza.

E Giulia sa che quel piccolo gesto ha fatto la differenza.

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 Emiliano Cioffarelli

Roma, 04/03/2025

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Ing. Emiliano Cioffarelli, PhD

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