Un passo nel vuoto

Vasco si asciuga il sudore dalla fronte con il dorso della mano, lasciando una scia scura di sporco e polvere. Marzo, ma dentro l’impianto chimico il caldo è soffocante. Il suono delle valvole che si aprono e chiudono, il ronzio delle pompe, il respiro metallico dei macchinari. L’aria è pesante, satura di vapore e fatica.
Guarda in alto. La valvola è lì.
Un’altra riparazione, un altro giorno di lavoro.
Salire sul trabattello?
Lo fa ogni giorno. È routine. Non ci pensa neanche.
Ma oggi è diverso.
Oggi c’è fretta.
Ogni minuto che la produzione è ferma costa migliaia di euro all’azienda. Le chiamate del responsabile di produzione continuano a squillare nei walkie-talkie. “A che punto siete? Quanto manca? Dobbiamo ripartire!”
Ogni secondo pesa come piombo fuso sulla pelle.
Vasco sale. Mani esperte, movimenti sicuri.
Ma qualcosa manca.
Non controlla tutto come dovrebbe. Non blocca una delle ruote.
Un gesto che richiede cinque secondi.
Ma il tempo è prezioso.
E oggi, oggi ha fretta.
Il calore lo soffoca. Il sudore gli scende lungo la schiena.
Stringe la chiave inglese, si concentra sulla valvola.
Respira a fondo. Regola il serraggio.
Un attimo.
Un solo movimento sbagliato.
Un piccolo spostamento.
E tutto cambia.
Il trabattello si muove.
La ruota non bloccata cede.
Vasco sente il pavimento sotto i suoi piedi sparire.
Il mondo trema. La gravità lo afferra.
Il cuore esplode nel petto.
Il tempo si dilata, si contorce, si spezza.
Un secondo diventa un’eternità.
Le mani cercano disperatamente qualcosa, un appiglio, un pezzo di metallo, un punto di ancoraggio. Ma non c’è nulla.
Non c’è nessuno che possa salvarlo.
E poi…
Una presa.
Forte. Decisa. Salda.
Un istante prima che accada l’irreparabile.
Un collega, un gesto istintivo, un braccio che afferra il trabattello e lo blocca con tutta la forza possibile.
Vasco resta appeso nel vuoto.
Un respiro. Poi un altro.
L’adrenalina è un martello nel petto.
I muscoli tesi. Le mani tremano.
Vasco si accascia sulla piattaforma. Sano. Vivo.
Il suo collega lo guarda, senza dire nulla.
Non serve.
Le parole non servono quando hai visto la morte così da vicino.
Vasco chiude gli occhi.
Una ruota non bloccata.
Un piccolo errore.
Un attimo di fretta.
E poteva essere, forse, l’ultimo giorno della sua vita.
Respira a fondo, le mani ancora aggrappate al metallo.
“Mai più,” mormora.
Non un mantra. Una promessa.
Quando scende, il suolo gli sembra strano. Lontano.
Non ha perso solo l’equilibrio. Ha perso la certezza di essere immune agli errori.
Quel giorno, qualcosa cambia in lui.
Vasco torna a casa.
La moglie gli parla. I figli ridono. Ma lui non riesce a smettere di pensare.
Pensa a come basta poco.
A come tutta una vita può ridursi a una questione di secondi.
Quella notte non dorme.
Rivede tutto. Il calore, la valvola, il movimento, il vuoto.
E quando finalmente chiude gli occhi, sente ancora il braccio del collega che lo trattiene.
Sente la vita che lo riporta indietro.
Il giorno dopo, rientra in cantiere.
Vede gli altri operai, sente il solito frastuono. Il mondo è lo stesso di sempre.
Ma lui no.
Si avvicina a un giovane tecnico, lo vede salire su un trabattello.
La ruota. Non è bloccata.
“Fermati!”
Il ragazzo lo guarda, stupito.
Vasco si avvicina, senza rabbia, senza rimproveri.
“Blocca la ruota.”
Il giovane obbedisce.
“Perché?” chiede.
Vasco lo fissa per un attimo. Poi sorride.
Emiliano Cioffarelli
Roma, 25/02/2025
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